
foto Manuela De Leonardis
Pubblicato su Il Manifesto, martedì 1° giugno 2010
Roma. Verde come una risaia alla luce del mattino; ciano come la campitura di un fiume nelle pagine di un fumetto. Il verde delle maniche della maglietta illumina il look, tendenzialmente scuro, di Rinko Kawauchi (Shiga 1972, vive a Tokyo), un flash di azzurro le sue scarpe sportive. Di ritorno da Kassel per il 3° International Photobook Festival, la fotografa è a Roma, protagonista del workshop La costruzione di un libro fotografico, organizzato da 3/3 all’ISFCI - Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata. Giornate intense in cui Rinko supervisiona i progetti dei fotografi con l’obiettivo di trasformarli in libri. Una cultura, quella del libro fotografico, che sta prendendo piede anche in Italia, come spiega Chiara Capodici, ideatrice con Fiorenza Pinna di 3/3, che ne sottolinea l’autonomia linguistica. Celebre proprio per i suoi libri fotografici, a partire dai primi tre pubblicati nel 2001, Hanako (vincitore del 27^ Ihei Kimura Photography Award), Utatane e Hanabi - in programma per l’autunno l’uscita del nuovo libro su Brighton - l’artista afferma: “Mi interessa che si crei un rapporto empatico tra il libro fotografico e il lettore, allo stesso modo in cui Sato o la Yoshimoto lo hanno creato con me, perché credo profondamente nell’esperienza intima che il libro rappresenta, avendo una passione sconfinata per la lettura che mi accompagna da quando ero piccola. Spesso venivo addirittura considerata una solitaria, proprio perché piuttosto che andarmi a divertire con gli amici preferivo leggere.”. Una narrazione attraversata da una vena poetica, la sua, che focalizza le piccole cose, il soffio della vita (ibuki in giapponese), tutti quei momenti prevedibili che diventano unici.
Il tuo lavoro è messo in relazione all’haiku: fotografie che raccontano un mondo fluttuante. In questa visione sospesa prendono forma le emozioni, ma si percepisce anche una sottile inquietudine. E’ solo un’impressione?
Quando si parla di fotografia le impressioni sono sempre varie e tutte valide. Quello che hai detto, effettivamente viene spesso attribuito alle mie immagini. In un certo senso è così.
L’esplorazione parte dall’interno, soffermandosi sull’uomo in rapporto alla natura - in questo trovo una certa assonanza con il lavoro di Masao Yamamoto - vita e morte, la scansione del tempo… Una ricerca che sembra ribaltare il concetto di fotografia come descrizione del reale, in particolare della fotografia pubblicitaria, nel cui settore hai lavorato in passato. Oltrepassi la linea di confine interno/esterno, riuscendo a cogliere l’essenza, l’anima stessa delle cose.
Sono contenta di questa lettura che dai della mia opera, per quanto riguarda il rapporto con la fotografia commerciale, non lo definirei completamente opposto rispetto alla mia ricerca. Sono entrambe modalità di rappresentazione della realtà : a cambiare è il fine.
In che modo il tuo sguardo è stato influenzato dalle favole di Satoru Sato e dai romanzi di Banana Yoshimoto?
Ho amato particolarmente Satoru Sato. Ho letto tantissime volte le sue storie, quando frequentavo la scuola elementare. Sato racconta il rapporto tra bambini e nani, entrambi piccoli uomini. Da bambina credevo nell’esistenza dei nani e continuavo a guardarmi intorno, pensando di vederli. I romanzi della Yoshimoto, invece, li ho letti da adulta. Mi ha sempre colpito la particolare empatia che riesce a stabilire con il lettore. Cosa che avviene anche in Italia, dove ha un grande seguito. Nei suoi romanzi mi è sempre sembrato di leggere la mia stessa vita. In questo senso questi libri sono stati cibo per l’anima, curando una sorta di solitudine esistenziale. Sia i libri di Satoru Sato che quelli di Banana Yoshimoto, nonostante siano d’invenzione hanno una grande qualità realistica: riescono ad imporsi come realtà , questa è la loro grande forza.
Con Banana Yoshimoto è nata anche una collaborazione.
Una delle mie foto è la copertina del suo romanzo Mizuumi. In alcune riviste i suoi testi sono corredati dalle mie immagini fotografiche. Si è creato un rapporto che considero più di rispetto e stima reciproca che di amicizia. Ogni tanto ci scriviamo via email. Ogni volta che Banana pubblica un romanzo me lo invia, per sapere il mio parere. Io faccio la stessa cosa con le mie foto.
Il tuo linguaggio si esprime attraverso la fotografia a colori. Cos’è che te la fa prediligere al bianco e nero?
Una parte fondamentale del mio lavoro è stampare da me le foto, cosa che ho sempre fatto, sin dai tempi in cui ero studentessa al Seian College of Art and Design. Allora, però, avendo pochi soldi fotografavo e stampavo in bianco e nero. Quando sono riuscita ad acquistare un macchinario abbastanza economico per stampare a colori, nel momento stesso in cui ho fatto la mia prima stampa a colori, mi sono resa conto che il risultato era immensamente più ampio: il mondo sembrava essersi all’improvviso decuplicato. Le mie immagini interiori, ovvero la mia idea di immagine così come la volevo trasmettere, attraverso il colore acquistava molta più realtà .
Dai una valenza simbolica a luce e atmosfera?
Nel momento in cui scatto una fotografia non mi preoccupo di dare un significato alla luce o all’atmosfera, anche se una delle caratteristiche del risultato finale è proprio la particolare morbidezza della luce. Provando a fare un’autoanalisi mi rendo conto che l’uso della luce, che non saprei se definire simbolico o meno, sicuramente risponde ad una mia esigenza che va in una direzione diversa. Nella luce vedo una sorta di vuoto che, nella visione buddista, è una forma di bellezza che appartiene alla dimensione spirituale.
Cui cui (2005) è il tuo album di famiglia. Per anni hai fotografato i componenti. Quali sono state le difficoltà nel relazionarti alla tua sfera privata?
Ho fatto queste fotografie per tredici anni, ma inizialmente non c’era alcun progetto. Solo successivamente ho pensato di farne un libro. La cosa più difficile è stato l’assemblaggio e la sua costruzione, perché nel momento in cui si realizza un libro fotografico c’è bisogno di mantenere le distanze. Ci sono stati, invece, dei momenti in cui sono stata molto coinvolta, come le pagine dedicate alla morte di mio nonno, molto intense e struggenti. Al momento di decidere come posizionare le fotografie sono stata sopraffatta dai sentimenti e ho faticato a mantenere le distanze, cosa necessaria perché il lettore non considerasse quelle immagini semplicemente delle foto di famiglia, ma oggetto d’arte.
Hai affermato che fotografare è come cucinare…
Amo cucinare. Mi piace molto sia la cucina italiana che quella giapponese. In particolare, adoro un tipo di pasta italiana da brodo, i semi di melone. Quanto alla cucina giapponese c’è un piatto per cui vengo lodata da tutti, si chiama Chikuzenni. E’ un bollito di vari tipi di verdura, tra cui funghi giapponesi, carote, bardana, germogli di bambĂą, radice di loto… L’importante è che ci sia la salsa di soia.
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